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«Passi di danza» – La Rumba: schiavitù e danza



Nel 1914 il critico musicale statunitense Krehbiel scrisse: “perché poi a selvaggi privi di una tradizione musicale o artistica in generale si debba attribuire una sensibilità estetica più raffinata di quella di popoli che da secoli coltivano la musica, questo oltrepassa le mie limitate capacità di comprensione”.

A partire dal XVI secolo carichi di centinaia di schiavi africani furono costretti con la forza ad approdare sulle coste americane. E’ questo l’inizio della storia della Rumba? La più grande deportazione di esseri umani che la storia abbia mai raccontato: dall’Africa al nuovo mondo interi popoli furono resi schiavi per lavorare nelle piantagioni di canna da zucchero. Le origini della rumba trovano conferma in un’America terra di schiavi ai quali i proprietari terrieri potevano proibire tutto, anche “di riunirsi con il proposito di bere e danzare”.

Sia i neri deportati nell’America continentale sia quelli confinati nelle isole caraibiche vissero orrende condizioni di privazioni. Ciò non frenò il desiderio di libertà d’espressione. Ernest Anserment, in merito agli schiavi neri, scrisse: “… quando il nero è triste, lontano da casa, dalla madre… allora pensa ad un motivo… prende il trombone o il tamburo oppure canta o balla e scandaglia le profondità della sua immaginazione”.La libertà si raggiunse solo nel 1886. La rumba degli inizi era una sorta di festa collettiva dove ci si riuniva in appositi bordelli per divertirsi. Un fenomeno inizialmente noto con il termine “rumbear”, legato più alla prostituzione che al ballo.

Nel continente americano i neri convertiti esprimevano la loro dignità umana attraverso gli spiritual song, costruiti per la parte melodica sui canti europei e per la parte ritmica sui sincopati africani. Nelle isole caraibiche, invece, la devozione dei santi, sostituita dalle divinità delle varie religioni dell’Africa occidentale in una sorta di sincretismo religioso, condizionò anche la polifonia ritmica. Ne nacque una musica colorita e intrisa di elementi rituali che si mescolava a porzioni di vita quotidiana in un “balletto folklorico” che ancora oggi mantiene viva la sua radice storica. Insomma, “I selvaggi” afroamericani, a cui il critico americano alludeva, rispondono con la loro cultura e, soprattutto, con ritmi forieri di una varietà infinita di canti e danze.

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