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LA MUSICA NERA



La musica nera è definita come una musica di unità, ovvero una musica che unisce la gioia e la tristezza, l’amore e l’odio, la fede e la disperazione degli schiavi neri d’America che nella loro difficile condizione sociale trovarono nella musica religiosa la sola forza per sopravvivere.

La storia racconta che la schiavitù iniziò nel 1619 quando i primi neri delle coste africane furono strappati con violenza dalla loro terra d’origine, incatenati su centinaia di navi e trasportati aldilà dell’ Atlantico, negli Stati Uniti d’America, per essere venduti come ‘bestie da lavoro’.

Gli schiavi sopravissuti alla tratta e comprati dai padroni bianchi, venivano deportati nelle grandi piantagioni di cotone e costretti a vivere e lavorare in condizioni disumane: a loro non restava altro che adattarsi e rassegnarsi ad un nuovo mondo, fatto di regole tanto spietate quanto incomprensibili.

Furono privati di dignità, umiliati, linciati ed emarginati, ma soprattutto furono costretti a rinunciare ad un bene d’immenso valore: la libertà.

Di fronte a questa situazione, fu per loro inevitabile sviluppare una forma interiore di resistenza, richiamando le sole risorse culturali che avevano potuto portare con sé. Tra queste risorse quella che più si dimostrò capace di accompagnare lo schiavo nella sua monotona e dura resistenza fu la musica.

La musica rappresentò per gli schiavi neri d’America il solo conforto ed il solido sostegno ai tormenti fisici e morali subiti.

La musica e la danza si praticavano in Africa quasi senza interruzione; erano l’espressione della religiosità africana. Ogni evento della comunità era scandito dalla danza rituale e dal suono degli strumenti a percussione, a corda e a fiato; i ritmi e le melodie rappresentavano un vero e proprio linguaggio sociale per veicolare informazioni importanti e per esprimere pensieri ed emozioni.

Inevitabilmente la tradizione musicale africana fu una delle realtà che gli schiavi neri portarono nelle Americhe diventando uno dei pochi elementi di certezza per tutti quegli uomini e donne che, sottratti improvvisamente al proprio ambiente, si ritrovarono proiettati in una realtà drammaticamente diversa.

Il poter ballare, suonare e cantare mantenendo il ricordo della terra d’origine, era essenziale per gli schiavi neri d’America perché solo così potevano esternare e condividere i propri sentimenti di dolore, rabbia, rassegnazione, ma anche di speranza.

In origine la musica accompagnava e sosteneva la gente nera solo nelle segrete riunioni rurali, ma appena fu permesso, anche durante il faticoso lavoro nei campi di cotone.

Nelle piantagioni il canto intonato spontaneamente da una sola persona, lentamente coinvolgeva tutti i braccianti e le voci erano accompagnate dal battere delle mani, dal battere del piede per terra e dal suono di qualsiasi oggetto improvvisato strumento fra cui oggetti di cucina, tinozze, manici di scopa. Questi canti, chiamati canzoni del grano, descrivevano la vita giornaliera degli schiavi, con le loro fatiche e il loro desiderio di libertà; ma rappresentavano anche, come nella terra d’origine, un importante ed essenziale mezzo di comunicazione.

La schiavitù durò oltre due secoli e mezzo: lungo tutto questo periodo i neri delle piantagioni furono sempre a contatto con la gente bianca e pertanto obbligati a familiarizzare con gli usi e i costumi tipici dei loro padroni. In particolare, amanti della musica, fu per loro naturale apprendere i motivi tipici della musica popolare celtica, irlandese, anglosassone, ossia dei colonizzatori europei.

In questo contesto si verificò un incontro di fondamentale importanza: un incontro fra il mondo musicale africano e quello europeo che portò allo sviluppo di una nuova tradizione culturale e musicale.

Dalle semplici canzoni del grano degli schiavi neri d’America, nasce una nuova musica, definita musica afro-americana, alla base della musica Jazz, Blues, Negro-Spiritual e Gospel.

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