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Pelé: la «ginga» gioiosa del calcio brasiliano


l Brasile, oggi considerato patria del football, arriva in realtà ai Mondiali del 1950 impreparato come squadra e come nazione: la sconfitta con l’Uruguay getta il paese nello sconforto, non tanto per la sconfitta in sé ma per la mancata identità nazionale che da questa perdita deriva.


Il Paese deve ritrovare le sue radici, che sono fatte di razze «meticcie», di portoghesi ed africani, di schiavi e padroni, di opposti che devono incontrarsi. Questi opposti animano una diatriba calcistica ma soprattutto culturale, che dal 1950 arriva ai Mondiali di Svezia del 1958, e sono ben rappresentati da due giocatori che prendono parte alla competizione proprio nella squadra del Brasile: Pelé e José Altafini (soprannominato Mazzola). Se il secondo, figlio di immigrati italiani in Sud America, rappresenta un Brasile che si sforza di identificarsi con una tradizione calcistica (e culturale) «bianca», dominatrice, pulita ed europea, Pelé rappresenta invece il calcio «di strada», disordinato e poco «professionale», emblema di un Brasile «nero», una nazione «meticcia», che cresce dal basso, partendo dal riscatto degli schiavi africani.

La ginga è il termine con il quale infatti viene denominato questo modo di giocare «alla brasiliana»: impossibile tradurre il termine, si tratta di una sorta di atteggiamento, di musicalità del corpo, di calcio che si fa «gioco» e danza, di professionalità che si fa gioia. Tecnicamente la parola deriva dal gergo della capoeira, nodo dell’identità brasiliana, antica danza-lotta simulata praticata dagli schiavi africani in Brasile come forma di resistenza fisica e culturale al dominio dei portoghesi. L’andamento ritmato, agile e veloce della capoeira contamina così il gioco del calcio, e permette al Brasile (squadra e nazione) di ritrovare con Pelé un’identità ed una vittoria trionfale, proprio ai Mondiali in Svezia del 1958, nella finale contro i padroni di casa.

Il Brasile si ridefinisce così come Paese accettando al suo interno la convivenza di diverse culture e tradizioni, valorizzando questa diversità, questo gioco «grezzo», viscerale e scomposto, e facendo di questa peculiarità una ricchezza, nel gioco e nella cultura.

Pelé non è quindi solo la storia di un ragazzino che ce l’ha fatta, ma è anche un modo per ricordarci come il Calcio, quello con la «c» maiuscola, possa davvero diventare espressione culturale di una nazione. Si tratta di calcio giocato e vissuto, non di calcio urlato, pagato, calcolato e idolatrato. Si tratta di ginga.

#FREESTEPCULTURE

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