Più di 12 milioni di uomini e donne appartenenti alle popolazioni Bantu e Sudanesi furono deportati dall' Africa centro-occidentale e condotti a lavorare nelle piantagioni americane come schiavi. I soli colonizzatori portoghesi deportarono più di 5 milioni di schiavi nelle piantagioni brasiliane.

Spesso gli schiavi venivano marchiati più volte: una volta alla cattura con il marchio della corona della nazione di chi li catturava, poi con quello del loro padrone (e di altri padroni se venivano venduti più volte) e poi di nuovo quando venivano battezzati.

Schiavi africani amassati nella stiva - 1835

Schiavi africani ammassati nella stiva di una nave negriera che ricevono l' acqua dai loro sorveglianti bianchi. Disegno del 1835.

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Il 1888 è l’anno che segna la liberazione dalla schiavitù in Brasile ma gli schiavi liberati non hanno modo di integrarsi facilmente nel tessuto socio-economico: sorge il problema di come impiegare tutta la mano d’opera liberata dai campi di prigionia. Non avendo le condizioni per lavorare e sopravvivere, gli schiavi liberati vagano per le strade di Rio de Janeiro, del Pernambuco, di Bahia; molti di essi iniziano una vita di furti e clandestinità, spesso vendendosi come mercenari.

 

ORIGINI ETNICHE DEGLI SCHIAVI AFRICANI IN BRASILE

In questo articolo tratteremo in modo particolare degli scambi culturali tra i colonizzatori europei portoghesi,  le popolazioni indigene locali e gli schiavi africani in Brasile. La tratta degli schiavi africani, ebbe come bacino di rifornimento l’Africa centro-occidentale (lo stesso al quale avevano attinto per secoli gli arabi). Le popolazioni africane ridotte in schiavitù erano di origine Bantu e Sudanesi, ed in particolare quelle di lingua Kimbundu e Yoruba, due tra le etnie africane più rappresentate in Brasile. Per comprendere come i portoghesi attribuissero la «nazione» di provenienza dei propri schiavi, qui di seguito elenchiamo alcuni dei nomi utilizzati per indicare le popolazioni che furono maggiormente oggetto della tratta. Oltre alla suddivisione classica in due rami - quello Sudanese e quello Bantu - indichiamo la popolazione di appartenenza e nello specifico anche i nomi delle «nazioni» così come furono suddivise:

Etnie  Sudanesi:

• Yoruba: Nagò, Ijexà, Queto, Egbà

• Fante: Minas 

• Ashanti: Minas

• Ewe: Gegè

• Fon: Gegè

Etnie Bantu:

• Congos

• Angolas

• Mozambiques

Mappa dei flussi degli schiavi africani suddivisi per area geografica

Purtroppo, i fattori che ancora oggi contribuiscono a rendere molto faticosa una ricostruzione genealogica della quasi totalità degli afro-brasiliani sono il frutto di quella ignoranza, di quel disinteresse e disprezzo che gli europei dell’epoca mostrarono nei confronti delle culture africane. Più di 12 milioni di uomini e donne di provenienza Sudanesi e Bantu furono prelevati  e condotti a lavorare nelle piantagioni americane come schiavi. L'Angola fu il più grande bacino di schiavi. I portoghesi deportarono più di cinque milioni di schiavi, utilizzati nelle piantagioni del Brasile prelevandoli soprattutto dall' Angola, che divenne il principale centro di rifornimento per la tratta degli schiavi  fino al sec. XIX. Gli schiavi vennero deportati non solo dall’Angola, ma anche dal Congo, dalla Guinea e successivamente dal Mozambico. Gli schiavi presenti nelle piantagioni brasiliane erano delle origini più svariate; in ognuna di queste popolazioni erano presenti danze e competizioni atletiche in forma di lotta che prevedono l’impiego delle mani, oppure l’uso dei piedi o anche della testa. Quando lo schiavismo terminò venne sostituito da un lavoro coatto a basso prezzo. 

Colonialismo e schiavismo non sono mai finiti: si sono solo trasformati.

In Africa la schiavitù era un’istituzione consolidata e con salde radici nell’ organizzazione sociale, dunque preesistente all’ arrivo degli europei. I negrieri bianchi non erano fuorilegge o gentaglia ai margini della società, ma rispettabilissimi borghesi o membri di antiche famiglie nobili, accomunati dal fatto di essere molto ricchi. La schiavitù, che era sempre esistita, persino ai tempi dei civilissimi Greci e Romani e non era condannata dalla Chiesa. Avere sottratto il traffico ai mercanti arabi, secondo i «timorati» borghesi europei, portava semmai un vantaggio agli africani: ora essi erano in mano a «gente civile» che li avrebbe convertiti al cristianesimo e li avrebbe messo in contatto con una «civiltà superiore». I negrieri bianchi comunque non erano coinvolti di norma nella cattura diretta, ma si rifornivano presso i mercanti locali, che assecondarono la crescente domanda europea con un progressivo incremento dell’offerta. Se l’Africa forniva schiavi in abbondanza, sull’Europa ricadeva l’organizzazione del commercio atlantico  e della tratta. Gli schiavi venivano stipati sul ponte inferiore delle navi in spazi alti tra gli 80 e i 120 centimetri. I sorveglianti li spogliavano, li rasavano a zero perché non si coprissero di parassiti, li marchiavano a fuoco su una spalla, poi li incatenavano, li facevano sdraiare a terra e li incastravano l’uno accanto all’altro. Erano in tanti a morire durante il viaggio tra malattie come lo scorbuto e la dissenteria e spietate repressioni dopo le rivolte. Arrivati in America, li aspettavano i mercati degli schiavi, in cui venivano venduti per la seconda volta come bestie, e poi il lavoro nelle piantagioni. In quelle di zucchero, la vita media era di 10 anni. Nel disperato tentativo di non sprofondare nell’oblio culturale gli schiavi si strinsero con forza e orgoglio attorno alle proprie tradizioni, riuscendo a mettere in atto una sorta di «silenziosa resistenza».  Al fine di mostrare un volto presentabile agli occhi dei padroni, che mal sopportavano cerimonie pagane sul suolo della sacra corona portoghese, assimilando e mutuando alcuni concetti del cristianesimo gli schiavi sincretizzarono i santi cattolici con le divinità provenienti dall’Africa, ritrovando una forma comune di identità nella quale riconoscersi tutti indistintamente. Negli ultimi anni del secolo scorso, attraverso questo sincretismo religioso, la comunità afro-brasliana si avvierà a muovere i suoi lenti passi verso un riconoscimento e un’integrazione culturale che, in realtà, si rivelerà tale solo nelle sue componenti più stereotipe e folcloristiche. Finalmente, con l’approvazione della “Legge Aurea” promulgata dalla principessa del Portogallo  Isabella il 13 maggio del 1888, venne sancita la fine della schiavitù anche in Brasile. Nel tentativo di evitare una serie interminabile di cause e ricorsi che i proprietari di schiavi avrebbero intentato contro le istituzioni, per legge vennero dati alle fiamme tutti i documenti relativi alla compravendita degli schiavi, cancellando così in un sol colpo la storia di milioni di individui e creando il disastro identitario nel quale le comunità afro-brasiliane vivono ancora oggi. Oltre ai racconti dei trafficanti di schiavi, anche i pregiudizi narrati nei racconti dei viaggiatori dell’epoca sono innumerevoli. Qui di seguito, per esempio, vediamo come alcune etnie fossero comunemente considerate migliori rispetto ad altre sulla base di giudizi assolutamente arbitrari.

Gli schiavi venivano stipati sul ponte inferiore delle navi  uno accanto all' altro

Due volte a settimana venivano trascinati in coperta e lavati con secchiate d’acqua. Poi erano costretti a danzare perché i loro muscoli non si indebolissero. Il pasto consisteva in una zuppa di riso e fave, accompagnata ogni tanto da rum allungato con l’acqua. Gaspar Barleus, autore della «Historia dos feitos praticado no Brasil», afferma che gli schiavi provenienti dall’Angola, essendo ritenuti più pacati e malleabili di tutti gli altri, godessero di una particolare preferenza degli olandesi.  Il gesuita Joao Antonio Androni detto Antonil, nel suo «Cultura e opulencia do Brasil por suas drogas e minas» considerando le virtù delle popolazioni di ogni nazione africana annotò le seguenti dichiarazioni: ​« I Minas sono robusti, quelli di Cabo Verde e di Sao Tomè sono più deboli. Gli Angolani nati a Luanda sono più capaci nell’apprendimento dei lavori di natura meccanica rispetto a quelli sopra nominati. Tra i Congos ce ne sono alcuni abbastanza industriosi buoni non solamente per le piantagioni, ma anche per i servizi domestici »

Ritratti dell' epoca di schiavi divisi per etnie

Singolari sono alcune dichiarazioni dei cronisti e viaggiatori dell’epoca, come Vilhenanel, che nel 1798 scriveva: «A Bahia gli africani di origine Minas sono rozzi e traditori». Quanto agli schiavi di Benguela (Angola) sempre lo stesso autore scriveva: «Sono più amabili, docili e capaci di apprendere e parlare meglio la nostra lingua».  Koster addirittura arriva a dire:  «Gli angolani sono gli schiavi migliori, i più fedeli e quelli più dediti al lavoro. I congolesi sono estremamente docili ed inoltre non molto intelligenti e coraggiosi».  Purtroppo tali affermazioni contribuiscono al fatto che ancora oggi, in alcuni stati del Brasile, esistano dei preconcetti di inferiorità intellettuale dei Bantu rispetto ai Sudanesi. Ovviamente il carattere urbano e di conseguenza avanzato delle società Sudanesi sono le chiavi di lettura che chiariscono l’aspetto più ribelle e meno incline alla sottomissione rispetto alle società di etnia Bantu. Portatori di una religione più complessa come quella islamica, i Sudanesi si organizzarono intorno ai propri sacerdoti per resistere alle imposizioni sia culturali che religiose dei bianchi. Dall’altro lato l’arretratezza in campo agricolo delle società Bantu e le loro arcaiche religioni basate sul culto degli antenati impedirono alle popolazioni congolane e a quelle angolane ( Congos e Angolas) di articolarsi in maniera più ordinata. Non resistendo al contatto con le complesse strutture culturali degli europei o con quelle delle altre nazioni africane più evolute, le società Bantu soccombettero al processo di assorbimento culturale, anche se l’equivoco di attribuire ad un’etnia una propensione innata all’obbedienza e ad un’altra quella della ribellione, è l’ennesimo esempio della rozza esemplificazione della realtà attuata dai padroni.

La tratta degli schiavi africani, ebbe come bacino di rifornimento l’Africa centro-occidentale (lo stesso al quale avevano attinto per secoli gli arabi) facevano parte i regni Bantu e Sudanesi. Il termine «bantu» fu introdotto con il suo significato moderno dal linguista Wilhelm Bleek, nel suo trattato A Comparative Grammar of South African Languages (1862). Bleek aveva osservato che numerose lingue africane condividevano una quantità di elementi sintattici tali da suggerire un'origine comune. Bleek scelse il nome "bantu" perché questa parola significava "gente" in molte delle lingue appartenenti a questo gruppo. La civiltà bantu (o bantù), di antiche origini e fiorita intorno all'XI secolo, è stata la più importante civiltà dell'Africa subequatoriale. I bantu abitavano praticamente tutta l'Africa meridionale e gran parte dell'Africa centrale. L'influenza di questa civiltà fu tale che ancora oggi si parla di lingue bantu per indicare un gruppo linguistico che include lo swahili e la maggior parte delle lingue parlate in Africa subequatoriale, e di «popolazioni bantu» per indicare oltre 400 etnie (che complessivamente costituiscono circa i 2/3 della popolazione africana) che condividono un insieme di tratti comuni (sia linguistici sia culturali) e che si ritengono, appunto, discendere dalla civiltà bantu.

Lettera originale della Lei Áurea. Il 13 maggio 1888, probabilmente dietro la spinta di José Carlos Do Patrocinio, la Principessa Isabel firma la «Lei Aurea» ed abolisce la schiavitù in Brasile.  Le élite bianche abbracciano la politica di «sbiancamento»,sovvenzionando l’immigrazione europea.

Manifesto per la vendita di schiavi dell' Africa centro-occidentale, pubblicato da un mercante di schiavi a Charleston, Carolina del Sud, 1769. C'è scritto: «In vendita un carico di novantaquattro negri sani consistente in 39 uomini, 15 ragazzi, 24 donne, e 16 ragazze appena arrivate dalla Sierra Leone».

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